Chiarezza indicativa

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Una immagine che - anche senza testo - lancia un messaggio chiaro ed efficace, relativo ad un pulitore di superfici.
Come mai noi che abbiamo da annunciare la Notizia Buona e Bella non siamo capaci di forme di comunicazione così dirette ed efficaci?!
don Chisciotte Mc
 
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Corrispondere

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Voglio dire il mio grazie 
a tutti coloro che mi danno fiducia e mi circondano di affetto.
Mi spiace di non riuscire a corrispondere in modo adeguato.
don Chisciotte Mc
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«Consapevolmente presente davanti a ciò che vive»

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Siate vigili 
di Nunzio Galantino 
Quando si parla di “attenzione”, immediatamente pensiamo a quella che si mette in atto in certi momenti per evitare dei pericoli, come per esempio l’attenzione che si deve prestare di fronte ai segnali stradali; oppure si pensa all’attenzione nei confronti degli altri, intesa come cura o premura rivolte a una persona. Capita di mancare di attenzione, quando si è stanchi, distratti, demotivati.
“Attenzione”: dal latino attentio, derivato del verbo attendere, a sua volta composto da ad – tendere, non nel senso di “aspettare”, ma di “tendere verso”, “rivolgere l’animo”, “applicarsi a un compito”.
Un’etimologia accorta arricchisce il termine “attenzione” di ulteriori significati, perché la collega alla vigilanza, all’essere desti nei confronti di un oggetto che muove il desiderio, l’interesse e la passione. È “attento”, per Sant’Agostino, chi è consapevolmente presente davanti a ciò che vive, fermandosi su di esso, amandolo e spendendosi per esso; tanto che lo stesso Agostino arriva ad affermare che «quod amatur, non laboratur». L’attenzione dipende dall’atto volontario di un essere libero e richiede cura, premura, dedizione e sforzo. L’atteggiamento contrario all’attenzione è la trascuratezza, la superficialità, il pressappochismo. Dall’attenzione, come esercizio del pensiero, dipende la 
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Confermaci

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«Signore, donaci il tuo Spirito perché possiamo conoscere la via per la quale camminare.
Noi tutti abbiamo bisogno di te, Spirito santo, perché il nostro cuore sia aperto, inondato dalla tua consolazione al di là delle parole e dei concetti che ascoltiamo.
Concedici di cogliere la tua presenza nella Chiesa, in ciascuno di noi, tu che sei l'ospite permanente che continuamente modella in noi la figura e la forma di Gesù.
Fa' che possiamo intuire la tua azione nella storia dell'umanità, nei suoi cammini incerti verso la conoscenza della verità.
Tu che costruisci il corpo di Cristo nella storia, che promuovi la testimonianza di fede, riempici di fiducia e di pace anche in mezzo alle tribolazioni e alle difficoltà».
Carlo Maria Martini, Le confessioni di Pietro, 69
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Incompetenti in tanti posti

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Quello che più colpisce nella vicenda della campagna del Ministero della Salute circa i cosiddetti "Stili di vita corretti" è che molti dei posti di responsabilità (dai quali dipendono non pochi aspetti della vita sociale, culturale, ecclesiale) siano occupati da persone incompetenti, supponenti, ignoranti.
Si badi bene: non si tratta anzitutto di una valutazione morale del singolo, bensì della amara constatazione di una esperienza che tanti fanno ogni giorno: ci aspetteremmo ben altra competenza, passione, disposizione al servizio e al lavoro collegiale in coloro che ricoprono incarichi di responsansabilità.
Ciò che in questo caso ha suscitato scalpore e ha richiesto un pronto intervento "riparatore", ogni giorno capita in mille forme non molto differenti, che abitualmente la gente deve subìre.
don Chisciotte Mc
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Così bello... da non essere vero.

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In questi giorni ho questa impressione, come in altre occasioni:
alcune persone non mi ascoltano, in determinati contesti, perché "è normale" che un prete non venga ascoltato, poiché è opinione comune che dica cose non utili;
altre persone sentono le mie parole, ma in realtà non le ascoltano davvero, perché ritengono che ciò che dico sia sì bello, ma quasi incredibile.
E' la Buona Notizia, così Bella da sembrare incredibile.
E spesso sembrano irrealizzabili alcune scelte spirituali e pastorali che scaturiscono dalla Pasqua.
Lasciamo che agisca lo Spirito Santo, dono del Signore Risorto... e vedremo cose maggiori di queste (cfr Gv 1,50)!
don Chisciotte Mc
 
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Vergogna

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Educazione sentimentale

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Il mondo che espelle la pietà
di Antonio Scurati
Viviamo in un mondo osceno. Viviamo nel tempo dell'oscenità trionfante. Ciò che va perduto in questo tempo è la compassione, ciò che viene espulso da questo mondo è la pietà. L'esistenza che quotidianamente conduciamo nella casa di vetro della trasparenza mediatica è un'esistenza spietata.
Violenza e sesso. Sesso e violenza. Entrambi i fondamentali antropologici della nostra «parte maledetta», se sottoposti ad analisi, dimostrano alla nostra triste scienza questa amara verità.
È più facile vederlo riguardo alla violenza. La rivoluzione tecnologica dei media elettronici ci ha messo nella condizione storicamente inaudita di poter assistere immediatamente e continuamente a scene terminali di violenza estrema che annientano vite che non sono la nostra. Da molto tempo, guerre, assassini, catastrofi, cataclismi sono il nostro pasto quotidiano, la nostra abituale dieta mediatica. Ci gonfiamo, così, in una obesità cinica. Ingolfati da questa sugna d'immagini truculente, perdiamo la basilare capacità umanistica di immedesimarci nella sofferenza altrui. È una drammatizzazione della vita senza tragicità.
Quando nella rappresentazione della morte altrui viene meno l'interdetto che nella tragedia greca proibiva di portare in scena il momento cruento, la catarsi, la purificazione dei nostri sentimenti di pietà e terrore, diventa impossibile. In platea rimangono solo passioni impure: sollievo egoistico, godimento perverso, paura onanistica. Nel paesaggio mediatico contemporaneo il tragico è stato sostituito dall'osceno, da ciò che 
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Si scolora...

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«Ho un diario, ma vorrei dedicarmici di più e meglio: la vita si scolora se non la scrivi».

Alexandra Harris

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«Il popolo di Dio ha il fiuto di Dio»

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«Fate del vostro ministero un’icona della Misericordia, la sola forza capace di sedurre ed attrarre in modo permanente il cuore dell’uomo. Anche il ladro all’ultima ora si è lasciato trascinare da Colui in cui ha “trovato solo bene” (cfr Lc 23,41). Nel vederlo trafitto sulla croce, si battevano il petto confessando quanto non avrebbero mai potuto riconoscere di sé stessi se non fossero stati spiazzati da quell’amore che non avevano mai conosciuto prima e che tuttavia sgorgava gratuitamente e abbondantemente! Un dio lontano e indifferente lo si può anche ignorare, ma non si resiste facilmente a un Dio così vicino e per di più ferito per amore. La bontà, la bellezza, la verità, l’amore, il bene – ecco quanto possiamo offrire a questo mondo mendicante, sia pure in ciotole mezze rotte.
Non si tratta tuttavia di attrarre a sé stessi: questo è un pericolo! Il mondo è stanco di incantatori bugiardi. E mi permetto di dire: di preti “alla moda” o di vescovi “alla moda”. La gente “fiuta” – il popolo di Dio ha il fiuto di Dio – la gente “fiuta” e si allontana quando riconosce i narcisisti, i manipolatori, i difensori delle cause proprie, i banditori di vane crociate. Piuttosto, cercate di assecondare Dio, che già si introduce prima ancora del vostro arrivo».
papa Francesco, ai nuovi vescovi, n. 5.1, 16 settembre 2016
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1932

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Conoscere

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Il corso si propone di presentare i fondamenti dell’Islam, la sua ricchezza e i punti di dialogo con il cristianesimo. In un mondo globalizzato l'incontro tra religioni e culture è un tema attuale e urgente che interessa non solo la teologia e richiede una conoscenza e un dialogo che eviti forme di sospetto reciproco. Il corso propone, in cinque incontri, un'ipotesi di lettura e di comprensione della regione islamica, della sua società, del culto e preghiera alla luce dei testi sacri.
L'obiettivo è ricercare e scoprire l'originalità dell'identità religiosa islamica ma anche presentare terreni comuni per un concreto cammino di incontro.
http://www.villacagnola.it/corsoislam
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Ah, i giovani d'oggi!

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Meningite a 11 anni,
medaglia d'oro a 19 anni.




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Barcellona-Celtic 7-0

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Nonostante il tifo di don Renato,
ormai in una Super Tribuna d'Onore,
ieri il Celtic ha perso 7-0 contro il Barcellona.
Ma che stile nel riconoscere la superiorità degli avversari!
Don Renato ne sarà orgoglioso, come sempre!
don Chisciotte Mc



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14 settembre

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A volte, questa è la "esaltazione" della Santa Croce.

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Prima

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Prima di "commentare" a casaccio, sarebbe meglio almeno conoscere un po' di più... e magari invocare la Sapienza nel riflettere e nel comunicare.

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Intero

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Lo spero

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«L'intelligenza non teme il confronto,
lo spera».
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«Il noi è più profondo dell'io»

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«L'atto del credere è, pertanto, un atto di morte dell'io solitario e di apertura di quel sepolcro rappresentato dall'io individuale, che colloca il credente nella compagnia di Dio e dei fratelli di fede. (...) "La fede è già in partenza un appello alla comunione, all'unità dello spirito attraverso l'unità della parola"; e dice, d'altro canto, che l'uomo incontra Dio solo nel momento in cui incontra i fratelli in umanità e che, per converso, "Dio vuole giungere all'uomo solo tramite l'uomo; egli non cerca l'uomo in altro modo che nella sua fraternità con gli altri uomini" (J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, 85).
(...) Nella chiesa, il noi è perciò più profondo dell'io: l'io c'è solo nell'orizzonte del noi ecclesiale. "Appare evidente come la fede non sia il risultato di un'elucubrazione solitaria", ma sia "la risultante di un dialogo che mediante la reciprocità di 'io' e 'tu' inserisce l'uomo nel 'noi' della comunità dei credenti" (J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, 82)».
Roberto Repole, L'umiltà della chiesa, 70-71
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Forte componente emotiva

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«L'apostolo Paolo si pone domande imbarazzanti (...) Paolo sente questi interrogativi come parte del mistero di Cristo e del mistero di Israele e si sforza di dare risposte, a sé e agli altri, partendo non da un ragionamento, ma da una esperienza affettiva. Cercando di partire dal cuore, egli elabora un pensiero acuto e intuitivo. Mi preme farvi notare che Paolo c'insegna uno stile di discernimento: non rifletteremo mai con intelligenza senza una forte componente emotiva. Paolo ha trattato il problema in maniera organica e sistematica? Alcuni direbbero di sì. Io non oso dire tanto, perché questi quattro capitoli sono una serie di tentativi, di flash e non proprio un discorso organico. Quindi Paolo aggiunge pezzi di pensiero in una riflessione mai terminata».
Carlo Maria Martini, Le ali della libertà, 72-73
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Già due mesi...

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Buon riposo
come un bimbo sereno in braccio a suo Padre
(cfr Salmo 130).

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Anniversario

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Undici anni iniziavo a postare (non ancora regolarmente) su http://seiunoseitre.blogspot.it/.
Ecco - a mo' di esempio - il post del 6 giugno 2006:

MA I CATTOLICI SANNO RIDERE?
da www.chiesadimilano.it/ a cura di Francesco Anfossi
I cattolici sono dotati di senso dell’umorismo? In una parola: sanno ridere? Rispondono monsignor Gianfranco Ravasi, biblista, e lo scrittore Vittorio Messori. 
RAVASI «È scomparso totalmente il senso dell’umorismo» 
Monsignor Ravasi, riso e cristianesimo si conciliano? «C’è un famoso asserto riferito alla figura del Cristo nei Vangeli: "Leggo che ha pianto, ma che abbia riso, mai". Se stiamo a Cristo in quanto tale effettivamente è così. Però Luca nel Vangelo usa ben quattro termini diversi per esprimere la felicità. Ciò significa che esisteva il senso gioioso della Buona Novella. Paolo ai Filippesi raccomanda: "Siate sempre allegri nel Signore. Ve lo ripeto: siate allegri". Le radici cristiane conoscono la gioia e la felicità. Una gioia che rasenta l’allegria e perfino la scurrilità. Come nel Risus paschalis: il giorno di Pasqua, per rappresentare la Risurrezione, ci si abbandonava a lazzi di ogni genere, alcune volte anche di cattivo gusto».
E oggi? L’allegria circola tra i cattolici? «Oggi avverto tra i cattolici due correnti antitetiche rispetto alla gioia: da una parte una grande banalità e superficialità. Dall’altra una seriosità che è quasi la reazione all’ottusità del nostro mondo nei confronti dei valori. Il che non è certo esaltante. Anche perché al senso dell’umorismo giova l’intensità dell’esperienza cristiana vissuta dai credenti autentici: la solidarietà, l’amore, le grandi partecipazioni corali. I cattolici d’oggi poi sono sprovvisti di humour, quello che aveva Chesterton, per capirci. Ed è drammatico, perché l’umorismo vero è intelligenza. È saper andare al di là delle cose, trovando il limite, ma senza morire sul limite. Jonesco scriveva: dove non c’è umorismo, c’è il campo di concentramento».
Le viene in mente un personaggio del mondo ecclesiale con uno spiccato senso dell’humour? «Mah, il cardinale di Bologna Biffi, non a caso grande lettore di Chesterton. Poi il vescovo di Ivrea Bettazzi. Tra i laici penso a Santucci, che ha ereditato l’ironia manzoniana. A fatica riesco a trovarne altri».
E, parlando più in generale, chi la fa più ridere? «Le vignette di Giannelli, sul Corriere della Sera. Oppure le strips del Giornalino. In particolare quelle degli Antenati e dell’orso Yoghi».
Difficile immaginare il biblista Ravasi immerso nelle strips degli Antenati...«E perché no? Anch’io sento il bisogno di distrarmi e di rallegrarmi. Concludo con una preghiera di santa Teresa D’Avila: "O Signore, liberami dalle sciocche devozioni dei santi dalla faccia triste"». (...)
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Letture

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Lo tengo a mente!

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Se il predicatore è soporifero
di Gianfranco Ravasi
Era una domenica sera e al terzo piano di una casa della città portuale di Troade; l'apostolo Paolo aveva celebrato l’eucaristia («spezzare il pane») e stava tenendo la sua omelia. Però s’era lasciato prendere la mano e, come accade non di rado ai predicatori, continuava a parlare senza accorgersi che era ormai mezzanotte (...) nonostante le palpebre degli uditori cominciassero ad abbassarsi. Anzi, un ragazzo di nome Eutico, seduto sulla finestra di quella sala affollata, era piombato in un sonno così profondo da precipitare rumorosamente come un corpo morto nella via sottostante. Ci penserà l’apostolo a riportarlo ancora vivo tra i presenti atterriti e, come se nulla fosse, riprenderà il suo sermone fluviale fino all’alba.
È partendo da questo episodio che in una data imprecisata del Settecento il pastore anglicano Jonathan Swift  (autore de "I viaggi di Gulliver") intesse il suo "Sermon upon sleeping in Church". È nota l’ironia sferzante di questo grande autore, capace di usare le spezie letterarie più piccanti fino a raggiungere il sarcasmo. (...) Egli ha subito pronta un’applicazione diretta al suo uditorio per quanto riguarda il citato fatto di Troade: «L’incidente occorso a quel giovane non è bastato a scoraggiare i posteri. Ma, poiché i predicatori di oggi – benché siano in grado di superare san Paolo nell’arte di far addormentare la gente – restano molto al di sotto di lui nel compiere miracoli, la gente si è fatta così prudente da scegliere luoghi e posture più sicuri e più convenienti per i propri riposini, senza pericoli personali...».
In verità, questa scudisciata contro i colleghi soporiferi – che da sempre sono oggetto di critica (spesso fondata) sulla loro capacità di offrire in lunghezza ciò che non sanno dare in profondità, tanto da creare un’impietosa e talora stereotipata antologia di ironie sulla predicazione ecclesiastica – allarga la mira e piomba anche sull’uditorio laico e colpisce il ventre molle dell’indifferenza (...).
in “Il Sole 24 Ore” del 17 luglio 2016
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Così è

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Amorevole responsabilità

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Portare il peso delle cose 
di Nunzio Galantino 
Il termine “responsabilità” ha una storia relativamente breve, tant’è che nel latino classico non si trova il suo corrispondente astratto (responsabilitas), presente invece nel Codex iuris canonici. Lo strato di senso originario del termine “responsabilità” si trova nel latino respònsus, participio passato del verbo respòndere (nella sua forma intensiva, responsare): rispondere con grande impegno, rispondere più volte, rispondere seriamente, dar conto consapevolmente a qualcuno o a se stessi delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano. Un ulteriore arricchimento di significato viene al termine “responsabilità” e al verbo respondere dalla parentela col greco: «concludere un patto e prendersi reciprocamente a garanti». Non so precisamente da dove l’abbia ricavato, ma un mio vecchio professore di Teologia morale collegava “responsabilità” a due parole latine (res - pondus), finendo per attribuire al termine ”responsabilità” il significato del «saper portare/sopportare il peso delle cose». Grande spazio trova il tema della responsabilità nella tradizione ebraica, che riconosce una stretta relazione tra ascolto (Shema’) e responsabilità. Lo Shema’ è inizio e proclamazione della fede nell’unico Dio, ma è anche garanzia di libertà e inizio della responsabilità. Alla fede nell’unico Dio è, infatti, strettamente legato l’impegno di spendere tutto se stesso e tutti i propri beni nella stessa direzione in cui Dio ha impegnato ed impegna se stesso, chiedendo così all’uomo di imitare, secondo l’espressione rabbinica, gli attributi di Dio: «Come Egli è benigno sii anche tu benigno, come Egli è misericordioso sii anche tu misericordioso, come Egli è giusto sii anche tu giusto». Con questo non si vuole e non si può circoscrivere l’esercizio della responsabilità all’orizzonte religioso. Lo Shema’, origine della responsabilità, è anche ascolto attento della coscienza e risposta a tutto ciò che incrocio – persone e/o eventi - nella mia storia. Questo è possibile solo a chi vive nella costante consapevolezza che ciascuno è artefice della propria vita e che «arrendersi e prendersela con Dio, con la vita o con gli altri non richiede alcuno sforzo. Rimettersi in piedi assumendosi la responsabilità della propria vita e della propria felicità spesso ne richiede di grossi; ma questa è la differenza fra vivere e sopravvivere» (C. Rainville, Nati per essere felici, non per soffrire). Questo che fa della responsabilità un atto d’amore verso se stessi e verso gli altri. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 28 agosto 2016
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Il corpo è

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«Il corpo esprime la persona. Esso non costituisce soltanto un oggetto di questo mondo, ma, fondamentalmente, è qualcuno, è la manifestazione, il linguaggio di una persona. E’ il respiro latore del pensiero, è il passo e l’equilibrio, struttura il tempo e lo spazio. (...) La “carne” è dunque l’uomo nella sua interezza, ma, precisiamolo immediatamente, nei suoi limiti di creatura. Se io sono un essere di carne, significa che sono un essere limitato, che non sono Dio».
Olivier Clément, Teologia e poesia del corpo, 6-7.
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Parentele divine

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«Ciò che definisce l’uomo in questa prospettiva è che il corpo non stringe in un rapporto di parentela l’uomo al mondo inferiore (animale, biologico) ma a Dio; che il corpo, come lo spirito, partecipa dell’essere immagine di Dio; che l’economia di salvezza si svolge attraverso un’economia della carne unita all’economia dello spirito; che le due economie evocano il modo della creazione per le due mani del Padre che sono il Figlio e lo Spirito Santo. (...) L’uomo è un corpo e uno spirito capax Dei dalla creazione, o, se così si potesse dire, “prima” del peccato, e tale rimane per tutta la storia, tale è rivelato nella storia tramite l’incarnazione».
Michelina Tenace, Dire l’uomo. 2, 92-93
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Giornata del creato

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«La prima forma di creazione che l’uomo incontra non è quella “fuori” di sé, rispetto alla quale dovrebbe instaurare una relazione “ad extra”: l’uomo è creazione, in ciascuno degli elementi che lo compongono: corpo, animo e spirito».
tratto da Marco Paleari, La creazione come iconostasi
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Quarto anniversario

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«Signore Gesù, Signore del cielo e della terra, ti raccomandiamo le nostre comunità parrocchiali, religiose, diocesane. È anche per loro che ci intratteniamo con te nella preghiera in questi giorni di silenzio e di raccoglimento, è anche per quanti amiamo e che tu ci hai affidati. Li riaffidiamo a te. Donaci un cuore puro per parlare con libertà e serenità dei difetti della Chiesa, per comprenderli come li comprendeva Paolo e per crescere nella carità e nella verità. Veglia sul nostro cammino tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito santo per tutti i secoli dei secoli. Amen».
Carlo Maria Martini, L'utopia alla prova di una comunità, 59
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Un bell'augurio!

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Ho bisogno di tante persone così!
E' un bell'augurio per l'inizio del nuovo anno comunitario!
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Perché loro sanno comunicare così bene??!!

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La geniale pubblicità Ikea che prende in giro Instagram
Quando si parla di marketing, Ikea è sempre un passo davanti agli altri. Anche questa volta. Il colosso svedese dell’arredamento ha centrato perfettamente l’obiettivo anche con la sua ultima pubblicità su Youtube, dove prende scherzosamente in giro Instagram e i suoi utenti, più impegnati a fotografare piatti da portata che a trascorrere il proprio tempo in compagnia degli amici o della famiglia.
La nuova pubblicità, Let’s relax, è ambientata nella Francia del Settecento, alla tavola di un nobile che – all’ora di cena – ferma le sue bambine che stanno per addentare una mela. Questa tavolata bisogna davvero immortalarla! Ecco quindi arrivare il pittore che, finito il suo lavoro, fa il giro di tutti i notabili per ricevere consensi. Al suo ritorno si può finalmente iniziare a mangiare. Vi ricorda nulla?
La scena passa poi ai giorni nostri dove, un altro padre di famiglia sta fotografando i piatti sotto lo sguardo spazientito del resto della famiglia che aspetta di poter mangiare.
Il messaggio dell’azienda svedese è chiaro: durante i momenti che possiamo finalmente passare con i nostri cari (ovviamente in una cucina Ikea!), rilassiamoci, senza passare il tempo ad aggiornare i profili social. Non c’è dubbio: il reparto marketing sa proprio fare il suo lavoro!
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The show must go... no

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The show must go... no
Ci sono momenti in cui le cose non possono "andare avanti" solo perché devono "secondo lo show".
Ci sono momenti in cui ci si può fermare, cambiare programma, invertire da "on" a "no".
Le parole su Dio (anche quelle più belle e autorevoli) possono fermarsi, sentirsi fuori luogo, lasciare spazio alle parole a Dio e alla Parola di Dio.
don Chisciotte Mc
 
papa Francesco: «Avevo preparato la catechesi di oggi, come per tutti i mercoledì di questo Anno della Misericordia, sull’argomento della vicinanza di Gesù, ma dinanzi alla notizia del terremoto (...) Lasciamoci commuovere con Gesù. Dunque rimandiamo alla prossima settimana la catechesi di questo mercoledì. E vi invito a recitare con me una parte del Santo Rosario: “Misteri dolorosi”».
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«Il desiderio per accendersi esige una distanza»

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Il fascino perduto del corpo nudo ai tempi del porno 
di Massimo Recalcati 
Se il tabù definisce una zona proibita, inaccessibile, impossibile da violare è perché solamente dove esiste senso della Legge può esistere senso del tabù. Il corpo animale è privo di tabù. Innanzitutto di quello che ha per secoli dominato la vita individuale e collettiva dell’Occidente, quello della nudità.
Il corpo animale è sempre nudo; non ha senso del pudore, né della vergogna. La nudità è per lui una condizione naturale e l’istinto la bussola che orienta senza incertezze la sua vita. Diversamente da quello dell’uomo il suo corpo non deve rispondere all’esigenza, socialmente condivisa, di ricoprire la nudità. È il corpo umano, che è assoggettato all’imperativo di ricoprirsi, abbigliarsi, vestirsi. È una delle condizioni basiche che definiscono il processo di umanizzazione della vita: non si può andare nudi per strada. L’”annientamento dell’animale”, il suo “sacrificio” – come direbbe Kojève lettore di Hegel – , traccia il cammino della vita che diviene umana. Sono i corpi di Adamo ed Eva che il Dio biblico ricopre di pelli con un gesto di tenerezza estrema dopo averli scacciati dal giardino terrestre. Al tempo stesso però, rovesciando i termini della questione, il corpo dell’animale essendo sempre nudo non è mai veramente nudo.
Se la nudità è qualcosa a cui si può giungere solo dopo una svestizione, se la sua manifestazione implica la caduta dei veli, allora il corpo animale non può incontrare mai il senso più profondo della nudità. Per questo nel mondo animale esiste una vita sessuale, ma non può esistere alcuna forma di erotismo. L’erotizzazione del corpo necessita la sua velatura. Il desiderio per accendersi esige una distanza, una lontananza dal suo oggetto. È quello che distingue l’immagine erotica – che è sempre almeno un po’ vestita – da quella brutalmente pornografica – che riproduce in primo piano la meccanica degli organi genitali. Il desiderio erotico non si mobilita dalla vista della nudità, ma solo dalla nudità intravista. È necessario che il corpo sia un po’ coperto per poter apparire davvero nudo.
Un dettaglio scoperto del corpo è più attraente che la vista di un corpo nudo nella sua interezza. Il nudismo è totalmente privo di erotismo. Persegue illusoriamente un naturalismo che vorrebbe poter animalizzare l’uomo dimenticando che l’abito del linguaggio non è un abito che l’essere umano può togliere o mettere a suo piacimento. Il senso dell’osceno non scaturisce dall’erotismo – non c’è alcuna oscenità nella vita erotica –, ma nel corpo che vorrebbe 
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«Implacabile determinazione»

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«Nel modo in cui muoiono Guevara e Allende ci sono un'implacabile determinazione, una deliberata inesorabilità, una folle dignità. In quelle ultime ore, tutto ciò che potrebbe favorire la salvezza, come i negoziati, i maneggi, i compromessi, la resa o la fuga, viene respinto. Il loro cammino, rettilineo e inequivocabile, porta dritto alla morte.
Sia una morte che l'altra sono una dichiarazione, una sfida. Esprimono il desiderio di testimoniare pubblicamente la giustezza delle proprie convinzioni e la disponibilità, al di là di ogni esitazione, a pagare per essa il prezzo più alto. Sono costretto ad andarmene, ma non me ne vado del tutto, non interamente, non per sempre. Entrambi consapevoli di doversene andare, vi si preparano per tempo. Guevara si accomiata da Fidel, dai genitori e dai figli in lettere scritte molti mesi prima della fine. Allende inizia il suo ultimo, tragico giorno separandosi prima dalle figlie, e poi - in un discorso alla radio - dal popolo. A partire da quel momento, resteranno soli con il destino, attorniati da un pugno di uomini che li seguiranno fino in fondo. Andare fino in fondo: è questa l'idea che li accompagnerà nelle ultime ore rimaste. Agiscono fino all'ultimo, non hanno tempo, sono presi dai loro compiti.
Cadono entrambi strada facendo.
Due morti così simili e due vite così diverse. Due personalità antitetiche, due temperamenti opposti».
Ryszard Kapuscinski, Cristo con il fucile in spalla, 164
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Accompagnarsi con...

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"Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei".
I veri grandi si accompagnano ai grandi,
anche qualora questi "grandi" fossero dei poveri e deboli (dal punto di vista sociale).
I falsi grandi si circondano di piccoli,
anche qualora questi "piccoli" fossero dei ricchi e potenti.
don Chisciotte Mc
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«A parte la filosofia, c’è soprattutto la vita»

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Dario Fo: sono un ateo di Dio 
di Paolo Foschini 
Diciamolo subito. Se avete in mente il Bonifacio VIII del Mistero buffo , che diceva «attento te...» e mimava di inchiodare per la lingua chi gli pestava il mantello; o il famoso remagio «negro, ma così negro come non s’era mai visto un negro», che per tutto il viaggio verso la grotta cantava «Occhebèl ch’è andare sul camèl» mentre «el remagio vecio ghe urlava basta, bastaaa!» ; o il gramelot sulle piume dell’arcangelo Gabriello, o l’ironia su Caino e Abele che in realtà il cattivo era buono eccetera: ecco, allora sappiate che questo libro su Dario e Dio scritto a quattro mani da Dario Fo con la giornalista Giuseppina Manin (Guanda) non potrà mai eguagliare il riso profondo che il premio Nobel ha saputo regalarci da mezzo secolo in qua recitando quei testi in teatro. Ma se siete curiosi di scoprire qualcosa sull’anima intima, le certezze ma anche i dubbi, le paure ma anche l’incantamento di fronte all’universo, di un «ateo convinto» che compirà 90 anni tra 12 giorni, allora leggetelo. Forse resterete sorpresi come lui quando a volte — dice — cammina in un bosco o guarda la meraviglia del cielo: «No che non esiste. Non ci credo. Però...».
Perché l’altra cosa che si può subito dire è che Dario Fo ci avrà anche scherzato tanto ma, forse proprio per questo, di cose su Dio un po’ ne sa. Le prime delle quali imparate quando suo papà Felice, il ferroviere, e sua mamma Pina, la contadina, per quanto «atei e laici fino al midollo», lo avevano spedito a catechismo dal parroco di Sangiano, Varese, dove lui era nato e cresciuto: battesimo, comunione, cresima. Un tipo di prete che era meglio perderlo che trovarlo, ricorda Dario. Ma una esperienza che, specie riletta tanti anni più tardi, un segno deve averlo lasciato. E specialmente quando poi di preti, racconta ancora lui, ne ha conosciuti altri e ben diversi: come «don Andrea Gallo, il prete dei tossici e dei poveri, con cui eravamo amici veri». O David Maria Turoldo e padre Camillo De Piaz, con quello «spazio sulfureo che avevano creato a Milano in Corsia dei Servi e dove tutti, credenti e non, si riunivano a discutere». Fino a papa Francesco: «Un rivoluzionario» come «non s’era mai visto» e che «sta davvero cambiando il volto della Chiesa».
Gli dedica diverse pagine, il premio Nobel, al Papa argentino. Quello che «nega di essere comunista e dice che l’amore per i poveri è una bandiera del Vangelo prima che del marxismo, e sarà anche vero, però chi se lo ricordava più?». Ma soprattutto il Papa dell’enciclica Laudato si’ in difesa della Natura: un «prodigio che 
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Gesti che "rispondono" Sì!

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«Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò» (Lc 14,3-4 - dal vangelo della messa di oggi).
Gesù "risponde" col suo gesto salvifico; invocando ancora una risposta dai suoi interlocutori, avrebbe potuto dire: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt 5,37).
Invece, lo stile diffuso di "pseudo-risposta" è:
1. «No, no, no... cioè, volevo dire sì»;
2. «Sì, sì, sì... ma tanto è no»;
3. «Ti dico di sì, ma potrebbe anche essere un no»;
4. «Va bene un Ni?!»;
5. «Comincia a considerarlo un Sì, poi ti faccio sapere»;
6. «Oggi che numero del mese è? Dispari? Allora propendo per il no... Domani vedremo»;
7. «Sì, sì, sì. No, no, no. Sì, sì, sì. No, no, no» (sulle note della Nona di Beethoven).
Se aspettiamo dai dottori della Legge e dai farisei...
don Chisciotte Mc
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Esercizio spirituale

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«Dico ancora le preghiere. Dentro il ripostiglio dove dormo non c'è finestra e mentre mi dico l'Angelo Custode mi pare di stare sui lavatoi con tanto di cielo aperto al posto del soffitto. Non credo che questa è una fede, lo faccio per abitudine, per non togliere le ultime parole della sera.
Rafaniello dice che a forza di insistere Dio è costretto a esistere, a forza di preghiere si forma il suo orecchio, a forza di lacrime nostre i suoi occhi vedono, a forza di allegria spunta il suo sorriso.
Come il bumeràn, penso: a forza di esercizio si prepara il lancio, ma la fede può uscire da un allenamento?
Ripeto le sue parole per iscritto, più avanti forse le capirò. Lui dice pure di cantare per dare aria ai pensieri, se no chiusi in bocca fanno la muffa».
Erri De Luca, Montedidio, 57
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Memoria liturgica di san Massimiliano Kolbe

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Massimiliano Maria Kolbe nacque in Polonia l’8 gennaio 1894; entrò ancora giovane tra i Minori Conventuali e fu ordinato sacerdote a Roma nel 1918. Ardente di singolare devozione verso la Vergine Madre, fondò la Milizia di Maria Immacolata, che diffuse in patria e in varie regioni del mondo. Missionario in Giappone, si prodigò a propagare con la parola e con la stampa la fede cristiana. Rientrato dopo diversi anni in patria, continuò la sua attività apostolica e mariana. Durante il secondo conflitto mondiale, fu deportato nel campo di concentramento di Auschwitz dove offrì la vita in cambio di quella di un compagno di prigionia. Morì nel Bunker della fame il 14 agosto 1941. Fu beatificato da Paolo VI nel 1971 e canonizzato con il titolo di martire, il 10 ottobre 1982, da Giovanni Paolo II.

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Un altro anno di grazia!

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Proclamato l'anno giubilare per Romero
Inizierà il 15 agosto e terminerà nel 2017, in coincidenza con il centenario della nascita del Beato salvadoregno
di Alver Metalli
L’anno giubilare per monsignor Romero inizierà lunedì 15 agosto con una messa solenne nella cattedrale metropolitana di San Salvador e terminerà lo stesso giorno del prossimo anno, il 2017, in occasione dei cento anni della nascita del beato Óscar Romero. L’annuncio l’ha dato l’arcivescovo José Luis Escobar y Alas davanti a migliaia di salvadoregni riuniti di fronte alla cattedrale dove si trovano i resti e il mausoleo del Vescovo assassinato nel 1980. Con un auspicio: «Speriamo che quando si concluda l’anno giubilare monsignor Romero sia già stato dichiarato santo». Come si sa la causa di canonizzazione è a Roma, in attesa di un miracolo che possa essere comprovato e spinga il martire nuovamente sugli altari dopo la beatificazione avvenuta in El Salvador il 23 maggio 2015.
Interrogato sullo stato del processo monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, postulatore nella causa del beato Romero, a metà luglio aveva dichiarato a Terre d’America: «Già il processo per la beatificazione è stato un miracolo. È stato molto arduo superare le obiezioni, le più diversificate e tutte convergenti nell’impedire il processo. Papa Francesco è giunto a dire che Romero è stato martirizzato anche dopo morto. Ha vinto la verità dell’amore, ha vinto la testimonianza di un uomo che non si è risparmiato in nulla per il bene del suo popolo e che con semplicità, certo non scontatezza, ha mostrato cosa vuole dire essere vescovo, discepolo di Gesù e uomo fino in fondo. In questo senso è una figura universale, ancor più “scomoda”. Guai a mettere Romero sull’altare che separa, staccandolo dalla normalità della sequela del Vangelo. Romero deve continuare a camminare per le vie di San Salvador». (...)
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Mio figlio fico

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Mio figlio fico che non porta frutti.
Mi fanno un po' sorridere le varie interpretazioni della parabola del vangelo di oggi (Lc 13,6-9).
A me sembra l'atteggiamento comune di una madre, di un padre, di un educatore, di un allenatore... quando si rendono conto che il loro amato figlio non produce frutti. A chiunque consigli: «Raddrizzalo, spostalo, taglialo, ecc.», loro risponderanno sempre: «Dagli ancora un po' di tempo, una chance! Io cerco di dargli ancora un po' di cure specifiche... e poi vedremo».
Lassismo? Se anche ci fosse una punta di buonismo, Dio Padre ci sorprenderebbe con un atteggiamento ancora più benevolo verso i suoi figli che non fanno frutti.
Meno male: io sono uno di quelli!
don Chisciotte Mc
 
«Gesù diceva anche questa parabola: "Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: 'Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?'. Ma quello gli rispose: 'Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai'"» (Lc 13,6-9).
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Olfatto, luogo di preghiera

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Il potere di una nuvola di profumo 
di Enzo Bianchi 
Nella nostra vita monastica, così contrassegnata dal tentativo di spoliazione, di semplificazione di molte cose e così segnata dai lunghi silenzi della sera, della notte e dell'alba, a poco a poco, con il passare degli anni si sviluppa un'amplificazione dell'esperienza sensoriale: i sensi inscritti nel nostro corpo paiono più allenati all'esercizio, più consapevoli, ma anche più dilatati. Quando, nel silenzio di un tramonto estivo o nella calma postmeridiana della stagione invernale, faccio una passeggiata nel bosco attorno al mio eremo, il toccare la corteccia rugosa della quercia o quella liscia della betulla suscita in me una forte emozione; il guardare l'emergere trionfante di un fiore tra le pietre e gli sterpi di un fosso mi sorprende fino alle lacrime; l'ascoltare nella notte il grido della volpe o il verso ammonitore della civetta mi provoca un risveglio religioso; l'odorare il profumo dei tigli che ho piantato o quello dei castagni resistenti alla malattia o, d'inverno, l'imperdibile aroma del calicanto tra la neve mi fa trasalire… Sì, è un'amplificazione dei sensi provocata dal dare tempo alla consapevolezza, dal nutrire la capacità di attenzione, dal combattere le distrazioni e i pensieri che mi assalgono.
Ma, ormai anziano, confesso che è l'olfatto il senso che più mi intriga. Per Aristotele era il più mediocre di tutti i sensi e anche Darwin lo giudicava un organo più animale che umano. Per fortuna mia e di molti, Proust ha scritto pagine intere sul fascino e il potere degli odori, ben prima che Süskind facesse del profumo non solo il titolo di un romanzo ma la chiave di volta di un'affascinante avventura umana. In verità l'olfatto meriterebbe molta più attenzione da parte nostra: noi, infatti, non solo fuggiamo da odori cattivi e siamo attratti dai profumi, ma in base ad essi ci avviciniamo o ci distanziamo dalle persone, istintivamente, ancor prima che la nostra mente si eserciti a decidere di comunicare o meno.
In ebraico il termine profumo – reach – richiama lo spirito, il soffio, il vento – ruach – anche perché il profumo si espande portato dal soffio, dal vento. Ora, tra questi effluvi ci sono innanzitutto i profumi che abbiamo conosciuto nell'infanzia e che
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Con un sorriso

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Rucola addio, ora non si vive senza zenzero
di Luca Mastrantoruo
C'è stata l'epoca della rucoia, che veniva messa ovunque. E finiva sempre tra i denti. Era il giaciglio fatale per ogni pietanza: tutto poteva venire presentato su un «letto di rucola». Un letto acuminato. dal retrogusto amaro. Era come il prezzemolo, ma in versione insalata, in quantità infinita. Con nostalgico umorismo Enrico Vaime intitolò un suo libro Quando la rucola non c'era (Aliberti, 2007). Poi, la stella della rucola ha iniziato a declinare; ci sono stati periodi di transizione, come la parentesi tofu. un derivato della soia fermentata: una delizia, per gli amanti, polistirolo insapore, per chi lo odia. Ma né la rucola né il tofu hanno la versatilità della spezia del momento: lo zenzero. Ci sono donne che non vivono senza zenzero. «Voglio... non so cosa voglio, ma dentro ci deve essere lo zenzero, tanto zenzero!». Frasi che si sentono "da 0tto", locale milanese alla moda, dove alcune ragazze zenzero-di-pendenti sono state ribattezzate zenzerine. In un mondo pieno di incertezze, lo zenzero sembra avere tutte le risposte. Indecise sull'aperitivo? Ecco il Moscow mule, che ha fatto le scarpe al Mojto. Un analcolico? Una centrifuga, a base di... lo sapete. Non potete uscire per un forte mal di gola? Ma c e l'infuso di zenzero! Non vi piace la minestra? Due fette di zenzero e via... La vita sessuale ha bisogno di pepe? Provate con il metodo usato dai mercanti di cavalli per far sembrare più giovani gli animali. Insomma, lo zenzero è piccante, eccitante, zen, rizomatico e eupeptico, cioè stimolante-di-gestivo, come cantava Elio e le storie tese nella canzone Natale allo zenzero (2005), che aveva previsto la zenzerizzazione. A partire dai biscotti nordici, tutto diventava zenzero: «Presepe allo zenzero/tanti auguroni allo zenzero/ stappare lo zenzero/ brindare allo zenzero/ gridare fortissimo zenzero». Persino le zanzare, per assonanza, sono allo zenzero! Chissà se verrà un giorno in cui qualcuno potrà raccontare quando lo zenzero non c'era.
Corriere della Sera, 20 luglio 2016
 
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Bene comune e benessere personale

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Condivisione e solidarietà 
di Enzo Bianchi 
(...) Questa rete di «mutuo soccorso» - pubblico o privato, regolamentato o spontaneo, ereditato o reinventato - non è un dato naturale e incontrovertibile, ma nasce e si alimenta in una cultura della condivisione cui il messaggio evangelico è storicamente tutt'altro che estraneo. Condivisione, infatti, è uno dei più antichi nomi cristiani della povertà come beatitudine, della povertà scelta per servire Dio e non la ricchezza: mettere in comune i propri beni affinché nessuno sia bisognoso è la norma che già la comunità apostolica a Gerusalemme metteva in pratica nel quotidiano. Non dimentichiamo che il termine koinonia, che normalmente traduciamo con comunità, negli Atti degli apostoli indica anche la comunione di ciò che si possiede. Così i credenti «erano perseveranti nella comunione... avevano ogni cosa in comune... ogni cosa era tra loro comune» (At 2,42; 2,44; 4,32). (...) Una prassi che anche a livello sociale trova modo di dispiegarsi nella misura in cui si è consapevoli dell'uguaglianza di ogni essere umano, della necessità di un'equa distribuzione delle risorse naturali, del legame intrinseco tra bene comune e benessere personale.
Certo, condivisione e solidarietà faticano a trovare spazio quando si idolatra il libero mercato - che così libero non è mai - o si assolutizza il diritto alla proprietà privata. In questo senso i cristiani, soprattutto nei luoghi e nei periodi di difficoltà economiche, hanno la responsabilità di testimoniare la logica feconda della koinonia, contestando nella pratica quotidiana l'accumulo dei beni: questi dovrebbero sempre avere come destino ultimo la condivisione. Il rapporto con la ricchezza è uno dei «luoghi» in cui lo stile di vita è esso stesso contenuto del messaggio evangelico. Esistono infatti una semplicità di vita, un'essenzialità e una bellezza legate alla sobrietà garantite e rinnovate ogni giorno dalla condivisione con i più poveri. E qui si colloca la caratteristica peculiare della condivisione cristiana che nasce dalla consapevolezza di formare un solo corpo ed è destinata a non esaurirsi all'interno della più o meno ristretta comunità di vita: come l'amore che deve animarla, si dilata a partire da un centro, un cuore - la comunità - e raggiunge via via cerchie più ampie di persone. La solidarietà con i poveri significa avere l'occhio per il povero, saperne discernere la presenza e i bisogni, considerare i poveri come sacramento di Cristo ma anche come epifania del peccato nel mondo, vittime nella storia dei potenti e dei dominatori di turno. La comunità cristiana è chiamata in ogni stagione della sua storia a esercitare il discernimento non solo e non tanto per individuare chi sono i poveri, ma soprattutto per farsi prossima a loro, chiunque essi siano e ovunque si trovino. (...)
in “Rocca” n. 7 del 1 aprile 2012
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Trigesimo

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«Voglio però ricordarti com' eri, 
pensare che ancora vivi
voglio pensare che ancora mi ascolti
e come allora sorridi».
Francesco Guccini - I Nomadi 
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Participio presente

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"Credente non è chi ha creduto una volta per tutte,
ma chi, in obbedienza al participio presente del verbo,
rinnova il suo credo continuamente".
Erri De Luca
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Giocare

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"Il bambino che gioca impegna nel suo gioco
molta più luce dei santi nelle loro preghiere
o degli angeli nei loro canti.
Il bambino che gioca è la consolazione di Dio".
Christian Bobin, Il distacco dal mondo, 17
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"Sarebbe" meglio

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«Quando si agisce è segno che ci si aveva pensato prima: l'azione è come il verde di certe piante che spunta appena sopra la terra, ma provate a tirare e vedrete che radici profonde!». 
Alberto Moravia, Racconti romani
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Ossimoro necessario

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"Sì muore un po' per poter vivere".
P. Conte - V. Pallavicini 

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Il-logica del "servizio"

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"Intendo parlare di onorificenze, distinzioni, insegne, e simili. (...) Chiaramente preoccupante sarebbe il fatto che tali distinzioni vengano desiderate e domandate; qualora ciò accadesse,  potrebbe infatti rivelare una inconsistenza sacerdotale. Nel senso che la mancanza di stima per il proprio servizio ministeriale, il non-senso avvertito di fronte al proprio esere prete, rischiano di essere illusoriamente colmati dal prestigio acquisito in forme esteriori e secondo una logica non evangelica".
Carlo Maria Martini, Cammino di povertà, (8.04.1982)
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Piccoli voli

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"Camminare è il coraggio di perdere l'equilibrio perché si conosce, nel proprio corpo, il potere di staccarsi da terra e ritoccarla... un poco più in là"
.
M. Bellet, La lunga veglia, 46
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Il bisogno di sangue non va mai in vacanza

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Sangue, l’emergenza non va in vacanza
di Mara Cinquepalmi
In estate diminuiscono i donatori. Solo una donazione programmata e periodica permette di mantenere le scorte destinate alla gestione dei fabbisogni trasfusionali in caso di emergenze
Oltre un milione e 700.000 italiani sono donatori di sangue. Hanno tra i 30 ed i 55 anni, mentre la percentuale di giovani che sul totale di donatori, nel 2015, si attesta al 31.67% (13.39% tra i 18 e i 25 anni, 18.28% tra i 26 e i 35 anni) è ancora troppo bassa. Questi sono alcuni degli ultimi dati rilasciati dal Centro nazionale sangue. Nel 2015 in Italia sono stati prodotti 2.572.567 unità di globuli rossi, 276.410 unità di piastrine e 3.030.725 unità di plasma. Sono stati trasfusi 8.510 emocomponenti al giorno e curati 635.690 pazienti, quindi 1.741 al giorno.
«L’83% dei donatori italiani - ha spiegato Giancarlo Maria Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue - dona in maniera periodica, non occasionale. Grazie ai donatori l’Italia è un Paese autosufficiente già da diversi anni e normalmente esiste una situazione di bilancio positivo tra numero di unità di sangue ed emocomponenti donate e fabbisogno a livello locale».
Donare sangue è un gesto di solidarietà che in estate assume particolare importanza. La donazione periodica e programmata è il miglior modo per far fronte alle necessità del servizio sanitario e degli ammalati e, inoltre, permette di mantenere le scorte destinate alla gestione dei fabbisogni trasfusionali in caso di emergenze.
http://www.vita.it/it/article/2016/07/25/sangue-lemergenza-non-va-in-vacanza/140252/
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Quest'arte (quasi) sconosciuta

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Il discernimento è un'arte.
Per alcuni è una palla al piede.
Per altri è una palla e basta.
don Chisciotte Mc
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"Poli-logo"

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Dal dialogo al "polilogo"
intervista a Zygmunt Bauman
«La nostra società di consumatori totalmente individualizzata è una fabbrica non di solidarietà, ma di reciproche sospettosità e concorrenza. Un prodotto collaterale, ma estremamente comune, di tale fabbrica è il deprezzamento della solidarietà umana che affonda le sue radici nell’atrofizzarsi della cura del bene comune e della qualità della società in cui la vita dell’individuo si svolge. (...) Tutte le varietà di dogmatismi, in fin dei conti, sono il rifiuto o la non capacità di comunicare e intraprendere un dialogo: sono queste due le arti cruciali per sopravvivere in questo mondo segnato dalla diversificazione crescente e da una diaspora che fa nascere una crescente interdipendenza. (...) La diversità umana ci è accanto, anche nei posti più vicini. Imparare e praticare l’arte del dialogo dovrebbe essere una delle scelte da inserire tra i compiti più urgenti con i quali dobbiamo confrontarci. L’alternativa al prenderci in carico gli uni gli altri è spararci a vicenda! (...) Il dialogo consiste nell’aprirci, senza nessuna preclusione o pregiudizio, al fatto della diversità umana che possiede molte facce; esso si esplica nel cercare di capire le ragioni che stanno dietro all’attaccamento di qualcuno a determinati argomenti; nell’accettare di agire non subito come un maestro ma come un alunno; nell’assumere dall’inizio un atteggiamento cooperativo e non combattivo, cercando di raggiungere alcuni benefici reciproci in saggezza ed esperienza invece di dividere i partecipanti tra vincitori o sconfitti (...) quindi esser pronti a mettersi in discussione perché ci vengono posti di fronte delle posizioni migliori delle nostre. Io devo essere preparato a confessare la mia sconfitta, ad ammettere che mi sbagliavo e a ringraziare quanti mi hanno portato fuori dall’errore». [qui l'intervista completa
in “Avvenire” del 29 ottobre 2014
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Come un pugno nello stomaco

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«Sono così educati i bambini che muoiono di fame:
non parlano con la bocca piena, non sprecano il pane;
non giocano con la mollica per farne palline;
non fanno mucchietti di cibo sul bordo del piatto;
non fanno capricci, non dicono: “Questo non mi piace!!”;
non arricciano il naso quando si porta in tavola qualcosa;
non pestano i piedi a terra per avere caramelle;
loro non danno ai cani il grasso del prosciutto;
non ci corrono tra le gambe, non si arrampicano dappertutto.
Hanno il cuore così pesante, e il corpo così debole, che vivono in ginocchio.
Per avere il loro pasto, aspettano buoni, buoni.
Qualche volta piangono, quando l’attesa è troppo lunga.
No, no, rassicuratevi, non grideranno: quei piccoli lì, sono ben educati... 
Piangono silenziosamente, non si sentono, 
sono così piccoli che neanche si vedono. 
Sanno di non potersi aspettare niente dalla mamma o dal babbo. 
Cercano stoicamente il riso nella polvere, 
ma chiudono gli occhi quando lo stomaco si torce, 
quando un dolore atroce si irradia per tutto il corpo. 
No, no, state tranquilli, non grideranno,
non ne hanno più la forza: 
solo i loro occhi possono parlare. 
Incroceranno le braccia sul ventre gonfio, 
si metteranno in posa, ma non per fare una bella foto:
moriranno piano piano, senza far rumore, senza disturbare.
Sono così educati i bambini che muoiono di fame».
dal web
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Commossi... e stolti

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Ci sono nell'uomo
infinite stupende capacità,
tanto da rimanerne commossi.
E da considerarci stolti
a sciuparle.
don Chisciotte Mc
 

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Danza verticale

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Straordinaria e rilassante.

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Delicata!

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(...) E sono cose come questa che fanno perdere la testa.

Ti fanno perdere la testa per farti perdere.
Non perdere la testa, non devi
perdere la testa, non devi
perdere la testa, non devi
perdere, non devi perdere.
Le situazioni come questa ti fanno perdere la testa.
Ti fanno perdere la testa per farti perdere.
Non perdere la testa, non devi
perdere la testa, non devi
perdere la testa, non devi
perdere, non devi perdere. (...)
 
Caparezza, La ghigliottina, 2011 
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Il pastore buono è quello che dà la vita per le pecore

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«Ciao, don.
È difficile accettare la tua scomparsa così improvvisa e inaspettata.
Vogliamo ringraziarti per tutto quello che hai fatto, per noi animatori, per l'oratorio, per i nostri ragazzi e per la Valganna.
Don, ci hai visti crescere, ci hai sempre aiutato con le tue parole. Quando un animatore era giù di morale lo risollevavi sempre; grazie per  l'aiuto che ci hai dato; anche quando non potevi essere presente ti facevi sentire con una chiamata per un consiglio o con una e-mail, per organizzare al meglio l'oratorio e le attività parrocchiali.
Don, eri sempre presente. Anche se qualche volta ti sei seriamente arrabbiato con noi, subito dopo ti tornava subito il sorriso stampato in volto.
Con te, don, abbiamo fatto tante  cose divertenti che sicuramente rimarranno impresse sempre nel nostro cuore. Sarai sempre presente tra noi, rimarrai sempre con noi.
Don, ci hai cresciuti come figli, ci volevi tanto bene e, anche quando non ce ne accorgevamo, te lo si poteva leggere negli occhi. Ogni anno cercavi sempre di migliorare - anche di poco - l'oratorio con le tue attività.
Don, ti ricorderai le partite a Lupo, a Subbuteo, le risate che ci facevamo con i chierichetti, con noi animatori era un vero e proprio spasso, le partite a calcio, le tue grandi doti in porta con la maglia della tua squadra del cuore, il Celtic. Ci raccontavi sempre delle vacanze trascorse in Scozia a Glasgow per vedere dal vivo la tua squadra; ti piaceva così tanto il Celtic che ci regalavi sempre dei gadget, ci parlavi sempre dei discorsi con il presidente della squadra, delle tue visite in campo e delle partite che seguivi dal vivo.
Don, ogni volta che ne parlavi eri sempre emozionato come se fosse sempre la prima volta; le partite giocate a rugby, le gite dell'oratorio, le nostre camminate  sulle montagne, come quando andammo con l'oratorio in Valle d'Aosta, le bellissime scampagnate sono state spettacolari.
Don, ti ricordi le gite durante il periodo natalizio, e quelle estive con la parrocchia, che organizzavi sempre tu e ti impegnavi molto in questo perché la nostra meta fosse interessante e divertente, come quando andammo a  Loreto, ad Assisi, a Lucca o "sulle tracce di San Colombano" a Bobbio e  tante altre gite e uscite fatte con te. Questi bei momenti passati con te, don, li custodiremo sempre nei nostri cuori.
I ritiri che facevamo durante il periodo di quaresima e di avvento dalle suore al Romitaggio: come organizzavi tu le cose non sappiamo se qualcun'altro sarebbe in grado di fare altrettanto!
Don, vogliamo ringraziarti per averci fatto conoscere tutte le splendide persone che hai portato nella nostra valle, da tutto il mondo, come don Evaristo, don Paul e tanti altri...
Ti preoccupavi sempre per la nostra parrocchia e non volevi che don Mario si affaticasse troppo. Ora che tu non ci sei più penseremo noi a lui fino nei limiti delle nostre possibilità. Grazie per aver portato in Valganna e per averci fatto  conoscere seminaristi come Andrea Isidoro, Francesco Agostani, Luca Novati, Andrea Luraghi, e Sergio Arosio. Solo tu, don, potevi scegliere con cura dei  seminaristi adatti a noi.
Anni fa, passavi tutti i fine settimane a dormire in parrocchia. Quelle poche volte che non potevi essere in valle ti scusavi e ti preoccupavi sempre di tutto e di tutti, volevi sapere ogni volta com'era trascorsa la giornata in oratorio.
Grazie, don, anche per ogni festa in oratorio, messa domenicale, prefestiva o solenne, le comunioni, le cresime, le processioni… eri sempre, sempre presente. Facevi di tutto per stare in Valganna anche se per quelle poche ore alla settimana.
Don, dicevi sempre: «Non vedo l'ora che sia fine settimana per tornare in valle», perché ormai la Valganna è come casa tua e lo rimarrà sempre.
Don, grazie di tutto per quello che hai fatto per noi e per tutta la Valganna in questi tanti, tanti anni passati con noi.
Ora che sei lassù ci guarderai sempre e veglierai sempre su di noi.
Ciao, don, buon riposo. Rimarrai sempre nei nostri cuori».
I tuoi animatori
basilica del Seminario di Venegono Inferiore, 11 luglio 2016
 
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L'ossessione del corpo perfetto

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Le verità nascoste dietro l’ossessione del corpo perfetto 
di Massimo Recalcati 
«Intruppamenti di corpi seminudi occupano le spiagge delle nostre vacanze, fanno capolino nelle città, appaiono in tutti i luoghi di villeggiatura. Non si possono non vedere. L’ontologia sartriana del corpo esposta ne "L’essere e il nulla" trova qui una sua verifica empirica: il nostro corpo è sempre visto, non può evitare di essere sottoposto allo sguardo dell’Altro che ci medusizza fatalmente trasformandoci da soggetti in oggetti. Il nostro corpo non è infatti mai solo nostro. Per diverse ragioni: non abbiamo deciso le sue fattezze, si ammala e muore anche se noi non lo vogliamo. Ma soprattutto è sempre visto dallo sguardo degli altri. Sartre lo aveva messo in rilievo con forza: il nostro corpo è sempre guardato, fotografato, pietrificato dallo sguardo dell’Altro. Se ne accorgono talvolta traumaticamente le giovani donne quando fanno esperienza della voluttà dello sguardo maschile: il loro corpo appare per la prima volta come qualcosa che sfugge a se stesso. L’esibizionismo prima di essere una patologia deriva da questo statuto sempre visibile del corpo. Il nostro corpo è gettato, gioco forza, in una continua esibizione. Si tratta di un esibizionismo che coincide con la vita stessa e che non possiamo evitare in nessun modo ma solo vivere con più o meno gioia o angoscia.
Questo statuto necessariamente esposto, esibito, alienato del nostro corpo può però accentuarsi patologicamente. Le insistite diete quaresimali, gli esercizi 
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Dico una banalità

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Non dovrei meravigliarmi se
- dopo anni di mancanza di cure e di irrigazione -
un campo produca anche erbacce.
don Chisciotte Mc
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Perso tutto

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Vite parallele: quei bambini rifugiati che hanno perso tutto, anche la scuola
Save The Children, 18 luglio 2016
D’estate si chiudono le scuole e i bambini vanno in vacanza ma, per alcuni bambini, restare fuori da scuola, non è una vacanza ma la negazione di un diritto a cui sono costretti a rinunciare. Sono i bambini migranti che stanno affrontando dei viaggi che non hanno scelto, che non li condurranno in luoghi di vacanza con le loro famiglie ma in terre straniere dove vivono da rifugiati, spesso non accompagnati, senza un adulto al loro fianco.  
Sono oltre 11.460 i minori migranti non accompagnati dall’inizio dell’anno ad oggi e il numero è più che raddoppiato rispetto al 2015. Questi bambini, dopo aver superato rischi di tratta, sfruttamento e abuso, durante i loro pericolosi spostamenti, sono costretti a vivere da rifugiati perdendo il loro fondamentale diritto all’istruzione. Se passano più di 6 mesi dal momento in cui è sfollato un rifugiato è condannato a restare per almeno 3 anni in queste condizioni, ma la media a livello globale ha oramai raggiunto i 17 anni: un bambino rifugiato ha una possibilità di frequentare la scuola 5 volte inferiore rispetto a tutti gli altri bambini.
Chiediamo ai leader della comunità internazionale che nessun di loro resti fuori da scuola per più di un mese perché, visti i dati globali sul periodo di permanenza nei campi rifugiati, è necessario intervenire subito: per noi questo è un conto alla rovescia per il loro futuro e per quello dei loro Paesi d’origine se e quando avranno la possibilità di farvi ritorno.
Non li aspetta un tuffo in spiaggia ma una fuga per la salvezza
L’Unione Europea deve riconoscere l’educazione come un bisogno chiave per i bambini rifugiati, attualmente bloccati soprattutto in Grecia e nei Balcani, e fornire maggiore sostegno ai Governi di questi Paesi, spesso in via di sviluppo e privi di tutte le risorse utili. È inoltre necessario creare centri temporanei per l’apprendimento nei campi che siano a lungo termine e non solo soluzioni informali di breve periodo.
L’istruzione nei campi è un modo per ritrovare quel senso di normalità e stabilità che hanno smarrito attraversando esperienze terribili e traumatiche, nel loro Paese e durante la fuga da conflitti e violenze, in cerca di un posto sicuro.
 
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Resistere alla tentazione della violenza

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Mitezza: la forza della ragione 
di Gianfranco Ravasi
(...) La mitezza  «non è né codardia né mera remissività, come osservava lo stesso filosofo: "La mitezza non rinuncia alla lotta per debolezza o per paura o per rassegnazione". Anzi, essa vuole essere come un seme efficace piantato nel terreno della storia per il progresso, per la pace, per il rispetto della dignità di ogni persona. Ma aspira a raggiungere questo scopo rifiutando la gara distruttiva della vita, la vanagloria e l’orgoglio personale e nazionalistico, etnico e culturale, scegliendo la via del distacco dalla cupidigia dei beni e l’assenza di puntigliosità e grettezza. Noi, però, ci interessiamo ora della mitezza evangelica, presente nella terza beatitudine (Mt 5,5), una virtù che non ha solo una dimensione etica, come accadeva nel mondo greco, ma che si rivela come un dono divino, capace di fiorire nel cuore del credente come amore per l’altro, perdono, rigetto della violenza, fiducia nel giudizio di Dio. Si possono, quindi, assumere tutti i sinonimi che accompagnano la mitezza nel nostro vocabolario per cui la persona mite è paziente, benigna, benevola, docile, buona, dolce, mansueta, clemente, affabile, umana e gentile all’interno di una società crudele, dura, spietata. Tuttavia la mitezza evangelica altro non è che la «povertà nello spirito» della prima delle Beatitudini, colta nella sua connotazione di adesione gioiosa alla volontà e alla legge divina.
Il modello rimane lo stesso Cristo che delinea proprio la mitezza come sua qualità distintiva e fonte di imitazione per il discepolo: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore" (Mt 11,29). E continua con una citazione del profeta Geremia (6,6): "Così troverete riposo per le vostre anime". (...) Purtroppo, in contrasto con la mitezza, rimane l’oscuro fascino che il mostro della violenza esercita sull’uomo, anche nella forma di quel vizio capitale che è l’ira. È ciò che rappresentava in modo brillante un autore ironico come Achille Campanile, nelle sue Vite degli uomini illustri (1975). Egli metteva in bocca a un Socrate immaginario questo consiglio malizioso, ma anche molto seguito: "Chi ha ragione di solito non urla, non scaraventa oggetti, ma lascia che la ragione s’imponga da sé... Ci scherzate, invece, coi risultati che ottiene uno il quale, sapendo di aver torto e non potendo ricorrere ad altri argomenti, scaraventa oggetti in terra, urla, minaccia, poi sbatacchia la porta e se ne va? Rispettatissimo. Temutissimo". (...) L’appello della nostra beatitudine si trasforma, allora, anche in un impegno a resistere serenamente e coraggiosamente di fronte alla tentazione della violenza. (...)». [qui l'articolo completo]
in “Avvenire” del 4 luglio 2015 
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Malattie reali, storie inventate

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Non c'è malattia così incurabile
come quella di una persona che non vuol riconoscere di essere malata.
don Chisciotte Mc
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In cammino

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La parrocchia rischia di burocratizzarsi

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«Più la realtà della vita si fa complessa, più le istituzioni degradano in organizzazioni con prestatori d’opera specializzati, settorializzazione delle competenze, piani di lavoro da eseguire. Anche la parrocchia rischia di burocratizzarsi: fornisce servizi a fedeli-consumatori i quali, ottenuto quel che cercano, lasciano l’offerta e se ne vanno. La consistenza di una comunità cristiana, il suo stile, sta nel seguire il Signore e quindi nell’incarnarsi. (...) Non si tratta di elaborare piani di lavoro dal di fuori per poi cambiare le cose, quanto di chiedersi che cosa succede mentre viviamo. La Chiesa dovrebbe aiutare le persone a leggere la loro esistenza, riconducendola sempre al mistero pasquale di Gesù, che illumina e dà speranza. Le persone aiutate si riappropriano della loro vita, ne sentono il gusto e la bellezza: si riconoscono figli amati e benedetti. Quando una parrocchia aiuta in questo, ha fatto molto più che "intercettare" i bisogni: è stata strumento della Grazia. (...) Direi di verificare come stiamo messi a gioia, a stile missionario e più in generale a rapporto con il mondo. Non mi avventurerei in riforme pastorali senza aver messo a fuoco questi tre nuclei. Una prassi pastorale rabbiosa, risentita o triste, insoddisfatta e capace solo di lamentazioni e rimproveri, necessita di una conversione alla gioia. Necessita di rifare amicizia con Gesù Cristo». (continua:
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Io sono di un altro pianeta

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«Io vengo dalla Luna che il cielo vi attraversa, e trovo inopportuna la paura per una cultura diversa. Chi su di me riversa la sua follia perversa arriva al punto che quando mi vede sterza. Vuole mettermi sotto sto signorotto che si fa vanto del santo attaccato sul cruscotto, non ha capito che sono disposto a stare sotto, solamente quando *****. "Torna al tuo paese, sei diverso!" - Impossibile, vengo dall'universo, la rotta ho perso, che vuoi che ti dica, tu sei nato qui perchè qui ti ha partorito una ****. In che saresti migliore? Fammi il favore, compare, qui non c'è affare che tu possa meritare. Sei confinato, ma nel tuo stato mentale, io sono lunatico e pratico dove ***** mi pare. Io non sono nero, io non sono bianco, io non sono attivo, io non sono stanco, io non provengo da nazione alcuna, io si, io vengo dalla luna. Io non sono sano, io non sono pazzo, io non sono vero, io non sono falso, io non ti porto jella nè fortuna, io si, ti porto sulla luna, io vengo dalla luna... (...) Non è stato facile per me trovarmi qui, ospite inatteso, peso indesiderato, arreso, complici i satelliti che riflettono un benessere artificiale, luna sotto la quale parlare d'amore. (...)
Caparezza, "Io vengo dalla luna", 2003
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Abbasso i pregiudizi e l'ignoranza

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Non c'è invasione islamica, cristiani maggioranza
di Paolo Ferrario
Nessuna “invasione” musulmana in Italia. La maggioranza degli immigrati residenti nel nostro Paese è, infatti, di religione cristiano ortodossa e i cristiani, compresi i cattolici, sono percentualmente quasi il doppio degli islamici. Contribuisce a sfatare falsi pregiudizi (rilevati e criticati anche da una nota ufficiale dell’Ocse di un paio di anni fa), l’ultima rilevazione della Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità), riguardante la religione professata dai circa 5 milioni di stranieri residenti in Italia.
Al 1° gennaio di quest’anno, gli immigrati cristiano ortodossi erano poco più di 1,6 milioni, rispetto al milione e 400mila stranieri di religione musulmana. I cattolici erano circa un milione. Per quanto riguarda le altre religioni, i buddisti erano stimati in 182mila, i cristiani evangelisti in 121mila, gli induisti in 72mila, i sikh in 17mila, i cristiano-copti erano circa 19mila. (...) Si vede come gli immigrati cristiani, intesi come cattolici e ortodossi, siano quasi il doppio dei musulmani: 4,3% della popolazione complessiva (italiana e straniera), rispetto al 2,3% degli islamici. (...)
Avvenire, 16.07.2016
 
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Tra cristiani

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Passo il 99,99 % del mio tempo con cristiani e tra cristiani.
E' quindi del tutto incomprensibile la ragione per cui io viva situazioni di incomprensioni, tensioni, litigi, urti...
Siamo stati salvati, ma purtroppo le conseguenze del peccato sono ancora tragicamente tangibili.
Qualcosa (più di qualcosa!) qui non va.
C'è molto da cambiare.
don Chisciotte Mc


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"E chi è il mio prossimo?"

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"E chi è il mio prossimo?".
Sono giorni che posto (sul sito e su FB) qualcosa sul mio amico e confratello Renato, morto il 7 luglio.
Ma non mi viene da postare nulla su altre morti, per esempio le 84 vittime di Nizza.
Ringrazio il Vangelo che da mercoledì ha depositato nelle mie orecchie ancora una volta questa domanda a metà strada tra l'irriverente, l'indispettito e la vera ignoranza: "E chi è il mio prossimo?" (Lc 10,29). Di chi mi devo prendere cura?
Di tutti, verrebbe da dire, alla scuola del cuore grande di Dio Padre. Con la globalizzazione, veniamo a conoscenza dei drammi di tutto il mondo e non possiamo più dire di non sapere (anche oggi moriranno 100.000 persone per mancanza di cibo). Si sono moltiplicate le occasioni per lasciarsi interpellare e fare del bene (dalle mobilitazioni ai progetti di sviluppo, dall'impegno politico alle scelte di consumo critico).
Gesù, Verbo incarnato in un mondo "antico" e molto più piccolo del nostro, mi richiama alla concretezza del mio essere: il mio "prossimo" è colui che è vicino, affettivamente vicino, fisicamente vicino. 
Le componenenti della mia persona (corpo, animo e spirito) sono chiamate a tendere ad una reciproca e sempre più profonda armonizzazione, affinché ciò che la parte invisibile (emozioni, intuizioni, sentimenti, volontà, fede) mi indica trovi concretizzazione in ciò che la parte visibile agisce (mani, gambe, occhi, portafoglio); e - reciprocamente - ciò che la parte visibile opera sia fatto in coerenza con ciò che sento, provo, credo.
Frequento i social; sostengo Amnesty International, Emergency, Medici Senza Frontiere, Terres des Hommes, Mani Tese, Pax Christi, PIME e mi informo su ciò che fanno in molte zone del mondo, laddove sono "prossimi" a infinite situazioni di infinito bisogno; mi interesso di politica e sociale e cerco di votare coloro che operano bene per la mia Nazione e il mio paese.
Ma i più "prossimi" restano coloro coi quali anche il mio corpo può avere una interazione diretta: coloro coi quali vivo, i comparrocchiani, i familiari, coloro che percorrono le stesse strade che percorro io.
Senza nulla togliere al dolore di chi è vicino ad altre persone e situazioni di dolore; senza trascurare l'interdipendenza tra le scelte fatte nelle più disparate parti del mondo; senza dimenticare la preghiera per tutti coloro coi quali condivido la natura umana; sentendomi parte di un creato che è "casa comune"... accetto che il mio prossimo non possa non essere il mio vicino di camera, il mio amico Renato.
E ribadisco la forza rivoluzionaria dello stile di Gesù: «Va' e anche tu fa lo stesso!» (Lc 10,37). Se ciascuno sentisse e vivesse il "prendersi cura" del suo vicino, nel mondo non ci sarebbe nessuno abbandonato, povero, affamato, nudo, solo, angosciato.
don Chisciotte Mc
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Per la CP "GGPII"

Visita il sito della
Comunità Pastorale
"Santi Gottardo
e Giovanni Paolo II"

in Varese.



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Qui trovi la presentazione
del tema dell'anno:

LA GIOIA DEL VANGELO.

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Un video di gioia:


 

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Schede per coppie
e Gruppi familiari
a partire dalla
"Amoris Laetitia"


scheda 0 - introduzione

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Parola di Dio del giorno


I brani della Parola di Dio
nella Messa quotidiana in rito ambrosiano,
dal sito della Diocesi di Milano.

Il libro consigliato



Walter Kasper,
Misericordia,
anno 2013, 320 pagine

 

Sto Leggendo

TEOLOGIA
* I. Zizioulas, Comunione e alterità, pp. 358


SPIRITUALITA'
* S. Decloux, El Espiritu Santo vendrà sobre ti pp. 190

* D. Caldirola - A. Torresin, I sentimenti del prete. Vangeli, affetti e vita quotidiana, pp. 141
* Montini-Paolo VI, Invito alla gioia, pp. 94



LETTERATURA
* Erri De Luca, La faccia delle nuvole, pp. 88

SAGGISTICA
* J.-L. Marion, Il fenomeno erotico, pp. 286

 

Pensieri fissi

Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio
papa Giovanni XXIII

Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo
Gandhi

Quando si ama il proprio uditorio, si può diventare poeta
card. Danneels

Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario
Orwell

Solamente chi non perde la speranza può essere una vera guida
Gandhi

L'amore è molto di più che l'amore
Chardonne

Non insegno mai ai miei allievi, cerco solo di metterli in condizione di poter imparare».
Albert Einstein

Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione.
Edmund Burke

Ma per noi non si tratta semplicemente di sogni. O se proprio si vuole, dei sogni di Dio, più lucidi di qualsiasi veglia.
Olivier Clément

«Tutto vale la pena, se l'anima non è piccola».
Fernando Pessoa

Il cioccolato è la prova che Dio vuole bene all'uomo.

Per la preghiera quotidiana, ispirata alla liturgia del giorno

Qui puoi trovare
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calendario liturgico ambrosiano

da ottobre 2015
a settembre 2016.

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Questo sito non è un sito. Questo blog non è un blog. Non vuole "piazzare" nulla e non svela nessuna intimità. E' un'antologia di pezzi scritti e di immagini incrociate, che rimandano ad ascolti, profumi, sapori, tocchi, visioni. Ogni giorno uno-due-tre colpi di carboncino e di sanguigna, che tratteggiano per il lettore fedele lo schizzo tutt'altro che indefinito di una vita che sorprende dall'interno colui che la vive. Altre vite si sono ritrovate in questi bytes e amano riprenderne i contenuti. Non chiedete a queste pagine più di quanto possano dare; non chiedete loro altro da quello che vogliono dare; aiutatele a dare sempre meglio. Buon approdo!
don Chisciotte
 
 

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