“Dietro le spalle Giuseppe udì la voce di Ata: – Oh, Giuseppe, rallegrati! Rallegrati molto. E’ un maschio. Hai un figlio maschio. E’ nato felicemente. E’ tanto bello. Tua moglie ti chiama… – Gli era soltanto sembrato che nella parola «moglie» risuonasse una sorta di rispetto straordinario? Entrò di corsa nella grotta. Il focolare continuava a fumare, il fumo continuava a pungere gli occhi. Attraverso il fumo, come attraverso una nebbia, scorse Miriam china sulla mangiatoia. Proprio là, sotto i musi degli animali aveva sistemato il Neonato. Si chinò. Sulla paglia era adagiato un Bambino, un qualsiasi bambino umano. Aveva le palpebre serrate, come se si sforzasse di non guardare, e la boccuccia socchiusa, come se cercasse qualcosa. Non era diverso dai neonati che aveva già visti. Le piccole mani, livide, strette a pugnetto, non si protendevano verso una spada. Era piccolo e debole. Aveva bisogno di cure. Il bue e l’asino osservavano il Bimbo dall’alto con sui musi un’espressione simile a comprensione bonaria. Il cane si protendeva e leccava la manina levata.

