La costruzione della bellezza

«[Le donne] sono belle, certo, ma per dote sottomessa a uno scopo solo appena intuito. Hanno il fascino insuperabile di chi porta la propria bellezza con modestia di pedina e non con vanto di reginetta da concorso. Hanno un traguardo, una missione in cuore e la perseguono inflessibili. La scrittura sacra dell’Antico e del Nuovo Testamento, opera maschile, rende omaggio a loro.

La bellezza femminile è un mistero che strugge il pensiero e i sensi. E’ scritto che Adàm conobbe Eva/Hawà. Attraverso l’esperienza fisica del contatto e dell’abbraccio raggiunge la conoscenza di lei, della sua perfezione. Non è scritto il reciproco, lei non ha bisogno di conoscere Adàm. Lui è estratto dalla polvere, lei dal suo fianco. La natura maschile qui è fatta di materia inerte riscattata dal soffio della divinità. Eva/Hawà proviene da una lavorazione successiva, un secondo intervento della divinità. Esce dal fianco dell’uomo addormentato, ma non bell’e fatta come la dea Atena dal capoccione di Zeus. Le cose stanno invece: «E costruì Iod Elohìm il fianco che ha preso dall’Adàm per (farne) donna» (Bereshìt/Genesi 2,22). C’è il verbo costruire, opera che interviene a perfezionare la parte tolta all’uomo, per produrre Eva/Hawà. E’ la costruzione della bellezza. L’uomo è qui un semilavorato rispetto alla donna, il prodotto finito dell’alta chirurgia della divinità.

Il verbo «vaìven», e costruì, è un verbo di fabbrica e di figli. Ha lo stesso valore numerico di «hàim», vita. La vita nella scrittura sacra è opera di costruzione. Distruggerla è demolizione.

Donne sterili come Sara e Rachele danno la loro serva in prestito ai mariti dicendo: «Sarò costruita da lei». Il verbo «banà», costruire, dà voce alla parola figlio, «ben».

Con la fabbrica di Eva/Hawà la divinità aggiunge la bellezza al mondo. Nelle lingue che ho frequentato, meno di dieci dunque un campione insufficiente, la parola bellezza è sempre femminile.

La sua superiorità di fronte all’uomo è tale che la divinità impone alla donna di provare attrazione per l’uomo: «E verso il tuo uomo la tua piena» (Bereshìt/Genesi 2,16): deve esserci in lei una piena, una tracimazione di acque che scavalcano argini, questo è il significato della parola ebraica «teshukà», piena. Senza questa condanna a farsi piacere l’uomo, non sussisterebbe il genere umano. Eva/Hawà esce grandiosa dall’assaggio della conoscenza del bene e del male, ma zavorrata dal peso di provare attrazione per l’uomo. E la sua imperfezione».

Erri De Luca, Le sante dello scandalo, 16-17

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