Gesù impara a lavorare

tratto da Penultime notizie circa Ieshu/Gesù, 20-25

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     L’albero è forza verticale di natura, spinta dal suolo a sollevarsi in alto. Somiglia alla postura della specie umana. Perciò il cieco sanato da Gesù a Betsaida descrive gli uomini, visti per la prima volta, come alberi che camminano. E’ la più bella impressione fisica del corpo umano ed è giusto che provenga da un cieco, perché i ciechi sono visionari.

     Per capire i falegnami bisogna risalire ai boschi. Chi si è inoltrato in un’assemblea di alberi, è sta­to accolto alla loro ombra, si è steso sulle radici ha potuto ascoltarne il coro. «Allora canteranno di esultanza tutti gli alberi del bosco davanti a Iod/Dio che viene». Il verbo ebraico rinnèn del Salmo 96 (verso 12) è un canto di tripudio e gioia espresso dagli uomini. Qui è attribuito agli alberi, con la stessa forza di esultanza di creature di fronte al creatore.

     Noi moderni siamo abituati all’indifferenza per la materia prima e al culto per il prodotto finito. Siamo abituati a pagare poco la fonte e cara la foce. La scrittura sacra racconta il valore degli alberi, del legno e del lavoro umano.

     Il tronco trasformato in assi ha bisogno di star­sene disteso per stagioni intere a dimenticare la linfa e a indurire la fibra. Il taglio del ferro deve rispettare il verso delle venature e combinare le torsioni per pareggiarle a contrasto. Gesù impara da Ioséf, come ho detto participio presente del verbo iasàf, aggiungere, accrescere. Ioséf è colui che aggiunge. Questo dovrebbe essere il titolo di ognu­no che viene al mondo, e già con la sua presenza accresce l’umanità di un’immensità nuova, ric­chezza di una vita in più a rincalzo di forze contro lo spreco della morte. Ci vogliono molti Ioséf in una generazione.

 

     Lui è falegname, un mastro di alberi e di tagli, un fornitore di arnesi per la comunità. Gesù nasce in una stalla, ma cresce in una bottega di artigiano. Le sue unghie spezzate, sono dure di schegge incarnite, di sputo. La sua saliva prodi­giosa prima di sanare lesioni, si seccava sul palmo migliorando la presa delle dita. L’interno delle sue mani ha il colore cupo del tannino che penetra nei pori mischiandosi al sudore. La sua faccia ha occhi abituati a stare stretti contro i frantumi di lavorazione che schizzano anche al volto. Il suo naso fiuta le resine, le colle, il grasso e il bitume e la canapa e il sudore di ascelle.

     Cresce di peso e forza, ha di certo appetito, ha gusto per il carne. E’ di Naza­reth in Galilea, ma è nato a Betlemme, a sud, in terra di grano e perciò ama il pane. Assaggia poco il vino, appena nelle feste. Se manca, per lui fa lo stesso, per sua madre no, che gliene chiede per gli invitati di uno sposalizio. E lui controvoglia prov­vede esagerando in gusto e quantità. A Cana non avevano mai assaggiato un vino così giusto per la gioia. Da che vendemmia viene? Da nessuna: non si può ordinare il vino della festa, solo gustarlo per fortuna e grazia d’essere invitati.

     Non risulta che abbia fatto una simile provvista anche per l’È corpo intero il suo, carne e ossa di resurrezione, è vita restituita che mastica e inghiotte volentie­ri. Era già accaduto ad altri nella scrittura sacra prima di lui di ritornare indietro dalla morte. Ma solo a lui la seconda vita durerà per sempre. Agli altri, compreso Lazzaro, da lui resuscitato, ricapita la morte.

 

     Sono stato anch’io a bottega da un falegna­me nei vicoli della città vecchia. L’aria stagnan­te, sfruttata da bracieri, cucine, motori,      Tra le lavorazioni, le pulizie di macchine e lo­cali, le ore arrivavano e finivano, più col moto di onde che con quello di lancette d’orologio. Avevo allora dentro di me molto silenzio e molta compa­gnia di pensieri.         Per esempio: che opere faceva il collega Ieshu tra la stessa segatura, le stesse schegge mie? Che utensili uscivano dalle sue piallature, dagli smussi di bordo, dagli incastri? E il suo piatto la sera era di legno come la mia scodella ricavata al tornio, o di terracotta? E che legni preferiva ma­neggiare, il docile sicomoro, il contorto ulivo che impegna a fondo il ferro, la ribelle acacia, e i nodi li aggirava o li spaccava? Ecco un piccolo campione di stupidi pensieri che tengono compagnia nella metà del giorno venduto per salario.

     Fatto è che Ieshu ha svolto da fondo a cima il lungo apprendistato da garzone a mastro durante gli anni eterni d’infanzia e adolescenza. Il suo corpo è cresciuto sotto la disciplina del lavoro manuale. E se è vero che in fatto di scrittura sacra era «nato imparato» come si dice a sud, che sapeva discutere alla pari con dottori e studiosi, questa dote non gli era stata data pure in falegnameria. Nella bottega di Ioséf non gli fu risparmiato nessun grado dell’ad­destramento, compreso di chiodi ne piantò a carriole fino a saperli conficcare in tre colpi senza neanche guardare la testa da bat­tere, rinomato esercizio di destrezza in carpenteria.

     E sapeva che il manico di frassino è il più adatto, e sapeva l’invito naturale che deve presentare l’impugnatura e come accorparlo al ferro per dissipare meglio le vibrazioni dei colpi.

 

     Portò sul Golgota l’albero del patibolo, e già tutt’uno con lui.

     Quando li ebbe nella carne, i chiodi, quando li sentì entrare,      Toccava a lui, Ieshu, finire come un legno disteso e immorsato, messo in opera da una volontà di offerta e sacrificio.

     La sua vita era materia prima. La docilità del legno era la sua.

     Non era più albero che cammina, come gli ave­va rivelato il cieco di Betsaida, ora era piantato al suolo e tutti i suoi passi finivano lì a piedi giunti e braccia spalancate come rami.

     Il Golgota è un’altura spellata, senza vegetazione. Sulla cima ora spuntava un uomo albero, innestato a sangue.

     Gli alberi non possono scappare, quando ar­rivano i tagliatori, restano ad accoglierli e a farsi abbattere. Anche lui come loro non era scappato.

     Piantato a chiodi sopra un legno in quell’ora ave­va pensieri da albero. E voglio credere, per pura immaginazione del mio odorato, che il legno del­la croce fosse di conifera. Non era stagionato e trasudava resina      Così mentre si disfaceva il giorno più breve della sua vita, come chioma di albero abbattuto.

 

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