In funzione di un servizio

«Cominciamo dal ricordare che, secondo il Vangelo, non c'è autorità di un uomo sopra un altro uomo se non in funzione di un servizio: «Chi tra voi vuole essere il primo, si farà vostro servo, sull'esempio del Figlio dell'uomo, il quale non venne per farsi servire ma per servire, e dare la sua vita in riscatto di molti» (Mt 20, 27-28).
Perciò, chi nell'esercizio dell'autorità spadroneggia o domina, o anche solo non è attento agli altri in umile servizio, offende e umilia la persona umana nella sua dignità irrinunciabile e si rende responsabile degli sdegni e delle ribellioni provocate.
Inoltre, costituendoci capi e pastori nella sua Chiesa, Cristo ci lascia ancora fratelli con tutti i nostri fedeli. L'autorità non cambia la natura umana, né dispensa dal dovere della cortesia, della lealtà, dell'umiltà, della premurosità, del deferente rispetto verso tutti, verso il più piccolo non meno che verso il più grande. Anzi, chi accetta di essere costituito in autorità, si assume un obbligo stringente di farsi un bel carattere, ispirante fiducia, facile alla compassione, in una parola sola: amabile.
Riflettiamo, infine, che l'autorità, di cui siamo investiti, non è nostra, ma vicaria di quella di Cristo; e per il fatto stesso che ci viene conferita, non ci rende automaticamente né più santi degli altri, né più intelligenti e saggi. Se non ci rende automaticamente più santi, ne consegue che bisogna assiduamente purificarci e verificarci mediante la preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la schietta comunione con la gerarchia, l'umile richiesta di consiglio, perché non ci accada di intorbidare la volontà di Dio, di cui nel nostro servizio siamo autorevoli trasmettitori e interpreti, con intrusioni di nostri arbitrari disegni.
E poiché il carisma dell'autorità, pur assicurandoci una particolare grazia del posto, non ci rende per ciò stesso né più intelligenti, né più saggi, nasce il bisogno di richiedere la collaborazione di tutti i membri della Chiesa, a cominciare dai più impegnati e competenti, sacerdoti, religiosi e laici. Siamo impegnati, quindi, moralmente a sollecitare il loro consiglio, anche attraverso le opportune istituzioni suggerite dai documenti conciliari, ad accettare le loro giuste osservazioni, a rimetterci al loro parere nelle cose che sono di loro competenza».
card. Giovanni Colombo, dall'Omelia nella messa crismale 1969

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