In onore di un amico che è partito verso il Padre

Dialogo con il cardinal Martini sul senso della morte e della sofferenza alla luce della Bibbia

Affidati alle mani di Dio

Nascita e morte, desiderio di felicità e sofferenza: la nostra vita si dibatte sempre fra questi estremi e spesso si “perde” in essi. Come stabilire un sapiente equilibrio, come vivere pensando alla morte? Dalla sua nuova “casa”, presso l’Aloisianum di Gallarate, il cardinale Carlo Maria Martini ha accolto la proposta della redazione di In dialogo di riflettere su questo delicato tema, da vivere e comprendere nella prospettiva biblica e cristiana. Un dialogo ricco, che offriamo ora ai nostri lettori.

Secondo la Bibbia esiste una “buona morte” e come ci si deve preparare ad essa, nel tempo della salute e in quello della malattia?

Come premessa vorrei dire che la Bibbia parla innumerevoli volte della morte e del suo contrario, cioè la vita. Il cristiano è infatti colui che è passato “dalla morte alla vita” (cfr 1 Gv 3,14). Qui possiamo solo fare un richiamo ad alcuni concetti generali. La Scrittura parla anche spesso della malattia e dell’angoscia con cui l’uomo chiede di esserne liberato. Ma mi pare che la Bibbia non parli di “buona morte” né di sentimenti devoti con cui prepararci a questo passo. Essa ci parla più volte della morte dei giusti “carichi di anni”. Così per esempio il libro della Genesi ci presenta Abramo, che “spirò e morì in felice canizie, vecchio e sazio di giorni e si riunì ai suoi antenati” (Gen 25,8). Si suppone che quando un uomo ha vissuto lungo tempo sulla terra e ha goduto del favore di Dio, vada verso la fine dei suoi giorni come qualcosa di molto naturale. Una morte così è da concepirsi con una conclusione naturale della sua vita. Di conseguenza non ricordo particolari indicazioni su come prepararsi alla morte. Un avvertimento che però appare più volte nel Nuovo Testamento è quello della vigilanza: “Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese” (Lc 12,35). Ma la morte che sta davanti a un cristiano non è tanto la morte dei giusti o una “bella morte”. Essa è piuttosto una “brutta morte”, quella di Gesù sulla croce, in mezzo a tormenti di ogni tipo, respinto dagli uomini come indegno di vivere. Ciò di cui Gesù è modello è la sua sottomissione alla volontà del Padre (“Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”, Mc 14,36; “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”). Solo unendosi alla morte di Gesù il cristiano perviene al superamento della morte.

Come hanno affrontato l’incombere della malattia alcuni personaggi biblici?

Quando la Bibbia parla di alcuni personaggi nota favorevolmente la loro capacità di mantenere i ritmi vitali. Così ad esempio di Mosé si dice che “gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non era venuto meno” (Dt 34,7). Bisogna però dire che l’attenzione alle condizioni fisiche e psicologiche del malato, che viene invitato ad affrontare con serenità il suo stato di salute come anche la prossimità della morte, non mi pare trovi molti alleati nelle Sacre Scritture. Tutto ciò è frutto dei progressi della medicina e del moltiplicarsi della possibilità di curare adeguatamente i malati.

Il tempo della malattia e l’avvicinarsi della morte “istruiscono” in qualche modo la nostra vita? La vicinanza con un malato grave, l’accompagnarne il lento declino, ci insegna ancora qualcosa sul vivere?

Certamente il tempo della malattia e l’avvicinarsi della morte “istruiscono” in qualche modo la nostra vita. Però le situazioni sono talmente diverse che è difficile dare un’unica regola o un’unica descrizione. Non v’è dubbio però che l’essere vicini a un malato grave, cui siamo affettivamente legati, ci insegni qualcosa sulla precarietà del nostro vivere e sulla certezza che dobbiamo morire.

C’è un tempo “buono” per morire? Cosa significa arrendersi alla volontà di Dio?

È difficile dire se esista un “tempo buono” per morire. Mi pare che la cosa più importante è affidarsi alla volontà di Dio e lasciare fare a lui. Quando tutto è compiuto ci affidiamo a Dio, ma noi non sappiamo mai quando “tutto è compiuto”. Lo sapeva Gesù, che ha consegnato il suo spirito a Dio: a noi non è dato di saperlo e per questo ci affidiamo alla misericordia di Dio. Che cosa significa, invece, arrendersi alla volontà di Dio? Penso che voglia significare che uno deve lottare con tutte le forze per rimanere vivo e anche operoso: ma può venire il momento in cui le circostanze sembrano imporre un qualche tipo di resa. Mi pare che qui la dialettica tra “resistenza” e “resa” sia molto significativa. Naturalmente non bisogna accondiscendere a conclusioni che vadano verso l’eutanasia. Siamo sempre affidati alle mani di Dio e da lui dipendiamo in tutto, sia quando siamo in buona salute come nella malattia e nella morte. L’icona su cui si può meditare è certamente quella già ricordata di Mosè. Ma nel leggere questa o altre icone occorre sempre ricordare che la nostra cultura ha un altro approccio verso la malattia: gli ospedali sono una “invenzione” cristiana e suppongono una Chiesa che abbia già una funzione sociale nel suo contesto, mentre il moltiplicarsi delle potenzialità della medicina è un fatto relativamente recente.

da “In dialogo”, n. 2 del 2010, pag. 1

a cura di Maria Teresa Antognazza

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