Laici e presbiteri

  «Il laico conosce il linguaggio, il tono da usare, le difficoltà più o meno confessate cui rispondere, i bisogni e le richieste dei lontani coi quali condivide la giornata nei campi, nelle officine, nel laboratorio, nell’ufficio, nella scuola ecc. (…)

     Se uno lavora con questo spirito sotto la direzione della gerarchia, normal”>La voce del Prodigo, attraverso l’apostolato laico, arriva fino al parroco e lo aiuta a modificare quanto è giusto modificare per appianarne il ritorno e renderne stabile il rimanere. (…)

     Chi è vivo e ardente, e con larghe opportunità d’azione, trova spesso le resistenze maggiori sulla soglia della casa. C’è da superare lo scoglio del confronto tra la presentazione ideale della Chiesa e la sua umana incarnazione. La predica, il rito, la pietà, per uno che viene di fuori ed è tuttora sprovvisto dell’intuito spirituale,      Il laico d’azione avverte in modo squisito la delicatezza di questo momento. Se, come fedele sa riallacciare i due mondi e ne è interiormente tranquillo, come apostolo soffre della difficoltà che lo sorprende quando il cammino pareva già sgombro. Interprete dei suoi sacerdoti presso i fratelli lontani, egli è pure l’ambasciatore di questi presso quelli, le cui particolari sensibilità non possono essere accantonate fuori della Chiesa.

     Chi ritorna, almeno in un primo momento, vuol portare dentro ciò che non è in opposizione col dogma, la morale, la pietà. C’è un’anima del proprio tempo che ha ben diritto ad un’accoglienza onesta. Se essa non si àncora nel porto divino della Chiesa, la voce della Casa rimane senza eco nel cuore delle nostre generazioni e l’esilio diventa una dolorosa fatalità.

    Il parroco, per quanto illuminato e santo, non può trascurare l’esperienza di codesti messaggeri, che gli riportano sulle spalle le pecorelle perdute. Non oso dire che essi si siano guadagnati il diritto di essere ascoltati, che possano far valere tale diritto – operai silenziosi e sottomessi sanno chiudersi nel cuore le più intime pene quale fruttuosa offerta d’apostolato -, dico che è nell’interesse del parroco l’ascoltarli.

     Rifiutando questa salutare esperienza, che gli arriva a ondate portatagli da anime intelligenti, finirà per chiudersi ancor più in quell’immancabile corte di gente corta che ingombra ogni presbiterio.

     I      «pareri di Perpetua» sono buoni quando il parroco è… don Abbondio.

     Occorre salvare il presbiterio dalla cinta che talvolta i piccoli fedeli gli alzano allegramente intorno, e che il parroco, scambiandola forse per un argine, accetta con riconoscenza.

     II    mio parroco, per difendersi da un mondo diverso e ostile, si è tagliato fuori dalle grandi correnti della vita. Isolandosi, ha pure isolato il pusillus grex, divenuto, a somiglianza del pastore, timido e scontroso.

     Nelle intenzioni del pontefice, Azione Cattolica vuol dire ponte sul mondo: cioè la fine di quell’isolamento che ci toglie dall’agire sugli uomini del nostro tempo.

     Per uscirne, occorre un laicato che veramente collabori e un parroco pronto ad accoglierne in pieno l’opera, rispettando quella felice, per quanto incompleta, struttura spirituale, che fa il laico capace di agire religiosamente nell’ambiente in cui vive.

     Un grave pericolo è la clericalizzazione (che brutta parola devo usare!), cioè la sostituzione della forma mentis del parroco a quella del laico, creando un duplicato di assai scarso rendimento.

     Non si deve confondere l’anima col metodo dell’apostolato.      Il pericolo non è immaginario. In qualche parrocchia sono gli elementi meno vivi e meno intelligenti del laicato che vengono scelti quali collaboratori, perché docili e maneggevoli».

 Primo Mazzolari, Lettere al mio parroco, 27-30

 

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