"Ascesi" è una parola non tipicamente cristiana. E' una parola che ha una sua storia anche prima e al di fuori del Cristianesimo; ma bisogna assumere questo termine anzitutto nel senso generale di "esercizio".
Questo ci richiama subito al fatto che l'essere cristiano è un esercizio, il vivere da cristiano è un esercizio: non coincide con un qualunque spontaneismo ("io mi sento così…”), non coincide con un qualunque "immediatismo" nel modo di realizzare il rapporto con Dio con Gesù Cristo, non risponde a una qualunque "genialità insindacabile" ("essere cristiani per me è così, e siccome io decido che è così, nessuno può dirmi niente!").
Essere cristiani è piuttosto “ricevere la condizione di discepolo”, è come un dono, ed è “rivestire la condizione di discepolo”. E’ quindi il prendere i contorni del discepolo: non si parte già da discepolo, si riceve e si riveste questa condizione, senza temere per principio l’eteronomia, cioè il fatto che queste cose mi vengono imposte come un’estraneità. Quando un cristiano temesse questa cosa, deciderebbe lui cosa vuol dire essere-discepolo, a modo suo, ma non entrerebbe entro questo contorno, che è il contorno di colui che diventa discepolo.
Non devo temere – come cristiano – queste cose, cioè che i contorni del discepolo che io voglio far prendere alla mia vita siano in realtà un "entrare nella condizione del discepolo" mentre la ricevo come una grazia, perché questa figura dell'essere-cristiani è la mia verità. (continua)


