Gesù dice: «Voi siete coloro che avete perseverato» (Lc 22,28). In greco, più semplicemente, «siete rimasti», cioè siete coloro che non se ne sono andati. E’ una parola di lode: “Avete sofferto così tanto che avreste potuto andarvene, e non l’avete fatto“.
Viene alla mente l’episodio di Gv 6,67-68: «Volete andarvene anche voi?», e Pietro che risponde: «Signore, da chi andremo?». Gesù verifica che fino all’ultimo istante gli apostoli sono rimasti, hanno perseverato, non l’hanno abbandonato.
Il concetto di perseveranza lo si trova spesso nella Scrittura, con espressioni diverse. Ad esempio, «custodire la parola» indica la pazienza perdurante e resistente: «Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza» (Lc 8,15). L’uomo fa fronte alla situazione di prova con la perseveranza, la perduranza, la resistenza, la custodia della Parola.
Mentre la prova tende a far tornare indietro, induce a perdersi d’animo, l’atteggiamento direttamente contrastante non è necessariamente quello della vittoria immediata ma del resistere, del rimanere fermo, saldo. L’evangelista Giovanni usa un verbo molto semplice: méneìn, che indica qualcosa di simile. «Se rimanete in me – dice Gesù – e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato» (Gv 15,7). Il “rimanere in Gesù” è il modo per opporsi alla prova.
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