Il brano del Vangelo secondo Matteo in cui si narra la prima notizia della Risurrezione del Signore ricorda sulle labbra degli angeli questa espressione rivolta alle donne che erano andate a visitare la tomba di Gesù: «So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. E’ risorto, come aveva detto» (Mt 28, 5-6). Quest’anno vorrei leggerlo alla luce delle vicende di tante famiglie. E’ vero che tanti nuclei familiari sono “come morti”, tanto è difficile, drammatica la loro situazione: dobbiamo guardarle con compassione (come faceva Gesù: “patire con”, “patire insieme”) e farci vicini con stile amorevole. Ci è d’obbligo una considerazione: anche nella comunità cristiana ci sono tante sante persone che vanno a “visitare” “la” famiglia, ma sul presupposto che essa sia ormai un cadavere ricnhiuso in una tomba. Al massimo accorrono con la valigetta del pronto soccorso, nel tentativo, poco convinto, di provare a “ri-animare” una realtà ormai “senza-anima”. Quali e quanti giovani accetterebbero di stare dentro una vita tombale?! Ai rianimatori-becchini e a noi, gli angeli del Dio della Vita ancora ricordano: «Non cercate tra i morti la famiglia, che è viva!». Possiamo noi osare dire la bestemmia che un sacramento, quello del matrimonio, è morto? Non dovremmo allora dire altrettanto dell’Eucarestia (a essere indulgenti con le ricerche sociologiche, il 15% dei battezzati frequenta settimanalmente la Messa domenicale, e non tutti ricevono la Comunione)? Si salverebbe dalla dichiarazione di morte il sacramento della Riconciliazione (le statistiche sono ancora più basse di quelle appena citate)? Non citiamo neppure l’Unzione degli Infermi, ancora collegata con la morte nella mentalità comune, e ricevuta da percentuali infime di fedeli

